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Capitolo 12 - Dies Horribilis


Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli (Madrid, Museo del Prado, 1820 circa)


 
 

12

Dies Horribilis

L’aria climatizzata è una carezza leggera sul viso pallido e tirato per via della forte emicrania che, da sempre, ti accompagna quando sei sottoposto a un forte stress emotivo.
Una fitta lancinante proprio sopra il sopracciglio destro, che a volte si propaga per tutto il cranio fino ad arrivare alla base della nuca.
Tanti piccoli rigagnoli di dolore che sfaldano la capacità di percezione, costringendoti spesso a cercare un po’ di sollievo nel buio.
È sempre stato così, soprattutto al ritorno dall’arena, quando in macchina l’adrenalina smontava e veniva sostituita dalla spossatezza.
Era l’unico momento in cui l’odore del sangue animale che impregnava il costume ti dava la nausea.
Il momento in cui hai cominciato a dubitare del cammino scelto, a domandarti se il gioco valesse la candela.
Se il prezzo pagato valesse la goduria effimera di un’uscita trionfale e compensi che gran parte degli aficionados non guadagneranno mai.
Mattoni sullo stomaco che si sono fatti sempre più pesanti nel corso degli anni, domenica dopo domenica, mattoni che nati d’argilla, si sono trasformati in piombo.
Mattoni che Daniel sapeva sempre come rimuovere.
Arrivato in albergo era confortante sentire le sue mani sulle spalle, per aiutarti a sfilare il bolero.
Sentirle indugiare sui fianchi quel tanto da strapparti un sorriso.
Sentirle premere i muscoli sotto la stoffa per farti rilassare e rabbrividire.
Era come se ti riportasse tra i vivi, dopo averti prestato alla morte per il pubblico godimento degli spettatori.
Un porto di carne e calore a cui era rassicurante tornare.
Soprattutto oggi.

Non ci voleva chissà quali doti da veggente per capire che l’incontro tra te e Felipe sarebbe stato un autentico disastro.
Troppo rancore e troppo tempo per ingrossarlo alimentandolo con continui fraintendimenti.
La presenza di Manuel, poi, non ha fatto che peggiorare le cose, da una parte e dall’altra, perché ha offerto a te nuovi motivi di invidia, e a lui un ulteriore fonte di nervosismo.
E quelle parole, che ancora rimbombano nelle orecchie.

 

-Sei un uomo libero.

Manuel non immagina neanche quanto vorresti fosse vero.
Sei stato cresciuto con l’idea che ogni uomo abbia dei doveri nei confronti dei propri simili, dai membri della propria famiglia alla società a cui appartiene.
Per le scelte di vita che hai fatto, poi, senti di averne qualcuno in più degli altri.
Nei confronti di Daniel, ad esempio.
Ha accettato di lasciarti andare da solo a quell’incontro certo che sarebbe stato lui a raccogliere i cocci, consapevole dei limiti che il buonsenso ha nei confronti della testardaggine.

Quando lo hai chiamato dal taxi per sapere dove raggiungerlo lì per lì non ti sei soffermato sul nome e sull’indirizzo.
Ma ora che hai varcato la soglia del ristorante non puoi fare a meno di sbattere le palpebre, stupito.
L’ambiente è lussuoso e caratterizzato da quella tipica vena naif che sembra il marchio di fabbrica di Madrid.

-Il Signor Rodriguez? Prego, da questa parte.

Il maître ti fa cenno cortesemente di porgergli la giacca, e lì per lì fai anche per toglierla, salvo ripensarci all’ultimo con un sorriso di scuse.
Non sei sicuro, infatti, di aver rimesso perfettamente la polo nei pantaloni, dopo che Felipe ti è saltato addosso nei bagni dell’aeroporto, cosa che ti fa sentire come una bambola rivestita di malagrazia da una bimba annoiata.

Chissà se sono stato messo via per sempre

Incupito da quel pensiero fai vagare lo sguardo sopra le teste degli avventori osservando scrupolosamente l’arredamento.

El cenador del Prado è caratterizzato da una curiosa mescolanza di stili diversi: il salone principale, con la sua alternanza di rosso pompeiano e ocra e le decorazioni trompe l’oeil ricorda quasi una villa dell’antica Roma; peccato che a spezzare l’atmosfera contribuiscano le sedie, foderate con una stoffa bianca a chiazze rosse, non si capisce se raffiguranti papaveri o cuori.
Il maître allunga il passo, conducendoti in una delle salette interne, bianca e in stile moresco.
Daniel siede rigidamente al tavolo, con in volto un’espressione visibilmente ansiosa.
Cerchi di dissimulare il tuo disagio, nascondendolo dietro un sorriso.

-Allora? Abbiamo qualcosa da festeggiare?
-Direi di sì. Manuel ha accettato l’accordo.

Daniel solleva le sopracciglia, perplesso.

-Manuel? Ma non dovevi parlare con Felipe?
-Sì, sono riuscito ad accordarmi anche con lui, in un certo senso. Tra qualche giorno ci rivedremo per definire i dettagli.

Non sei mai stato bravo a mentire e Daniel, che ti conosce fin troppo bene, non fa fatica ad accorgersi che lo stai prendendo in giro.

-Che cosa ti ha fatto, stavolta, Juanito?
-Niente. Cosa avrebbe dovuto farmi, secondo te? Era un incontro d’affari.
-E allora perché quella faccia? Si vede lontano un chilometro che è successo qualcosa.

La sensazione è quella di essere intrappolato in un pozzo dalle pareti viscide, dove ogni minimo tentativo di risalita sfocia inevitabilmente in una rovinosa caduta che riconduce al punto di partenza.
Notti insonni passate a decidere di cambiare le cose per poi ritrovarsi inchiodato al punto di partenza: Felipe che rovina tutto e tu che non hai il coraggio di impedirglielo.
Avresti dovuto spiegare a Manuel che la libertà richiede la forza di sopportare la solitudine e il dolore, cosa che chi ha visto in faccia la morte –la propria o quella di una persona cara- usa già solo per trovare la forza di alzarsi al mattino dal letto e sopravvivere.
Manuel non ha mai visto nessuno morire, e la morte stessa ai suoi occhi è un enigma che nemmeno l’arena è riuscita a svelare.
Per te e Felipe, invece, è una compagna.
Il velo d’ombra che avvelena di paura anche il gesto più semplice.

-Qualsiasi cosa sia successa non è quella che pensi, per cui ora piantala di trattarmi come se fossi sotto interrogatorio e lasciami ordinare in pace.
-Sei sempre stato un pessimo bugiardo.
-E tu dovresti imparare a stare al tuo posto, ogni tanto.

La battuta ti esce a voce un po’ troppo alta, attirando l’attenzione degli avventori del tavolo a fianco.
Ma a fare più male è il silenzio che giunge in risposta.
C’è dignità e compostezza, nel modo in cui Daniel reagisce ai tuoi capricci, una pazienza da frate di cui non ti sei mai saputo spiegare l’origine.
Una dote che per anni sei stato capace soltanto di imitare, senza realmente riuscire a farla tua.
Forse perché è propria del mondo dei vivi, che nel male non intravedono mai i segni di un’imminente catastrofe.

-Il mio posto è qui, e il mio compito è sapere quello che ti accade. Sì, anche per i soldi, se è quello che ti interessa sapere.

Nel mondo dei vivi le parole hanno un peso, e se colpiscono fanno sanguinare.
Daniel sputa pensieri impregnati di dolore, più che di rancore, come ti dicono gli occhi bassi, puntati sul piatto, e le mani che si attorcigliano attorno al tovagliolo.

-No, non mi interessa saperlo perché tanto so che non è vero.
-Però me lo hai rinfacciato piuttosto spesso, ultimamente.

Non sai se ti mette più a disagio il suo sguardo dolente o l’arrivo inopportuno del cameriere.

-Scusami. Forse avevi ragione tu, sarebbe stato meglio non venire a Madrid.

Nonostante il piatto sia pieno di cibi dall’aspetto invitante, ti allontani disgustato, afflosciandoti contro lo schienale della sedia.
L’emicrania picchia più forte che mai.

-Arrenderti così presto non è da te.
-Anni fa ha funzionato, ricordi?

Usi una strana cautela, per pronunciare quelle ultime parole, una dolcezza gualcita.
Daniel capisce e ringrazia, sporgendosi un po’ in avanti per offrirti un sorriso.

-Se avesse funzionato davvero tu non ti saresti ritirato e oggi non staresti così male.

Una nuova fitta, un sospiro, gli occhi si chiudono per raccogliere i pensieri.

-Perché hai ordinato in questo ristorante? Credevi sul serio che sarebbe andata bene con Felipe?

Domandi lentamente, a voce bassa.
Tuttavia un senso di allarme di fa drizzare la schiena.
Il sorriso di Daniel si indurisce, fin quasi a diventare uno spasmo.

-No. Ma volevo lo stesso fare qualcosa insieme.
-Qualcosa tipo un appuntamento?

Senti la punta delle orecchie andare letteralmente a fuoco.

-Sì, qualcosa del genere.

C’è qualcosa che non ti convince, nella reazione di Daniel.
Un’amarezza strana, al sapore di liquirizia, che sembra avvelenare anche il boccone che faticosamente porti alle labbra.

-Mi piace. Non abbiamo mai fatto nulla come una coppia, prima d’ora.
-Questo significa che consideri la nostra una relazione a tutti gli effetti?

Freni la lingua con un morso, prima di dare qualunque risposta.

-Cosa sarebbe quello che siamo, altrimenti?
-Me lo sono chiesto spesso, senza trovare risposta.

Dovresti sapere più di chiunque altro che la ferita porta con sé dolore e rabbia, come ti hanno insegnato le cornate, alle quali hai sempre reagito rialzandoti e lottando fino alla fine, senza cedere ad altri il diritto di uccidere il toro destinato a te.

Uccidere.

Interrompere il respiro e il battito del cuore, affondare la lama nella carne e tra le ossa e sprofondare con essa in un gorgo di materia scura e calda.
Riemergere dal fondo e assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Responsabilità

È questo che vuol dire essere adulti.

Essere liberi

Nonostante l’emicrania continui a pulsare come un’ossessa rialzi la testa di scatto, sentendoti come se ti fossi appena svegliato da un sogno.
Come se stessi cadendo dal letto e ti fossi aggrappato appena in tempo.

-Anch’io. Perché tu per me sei molte cose, e ho terrore del giorno in cui dovrò sceglierne una sola.

Una nuova interruzione del cameriere, una nuova pausa di sguardi tesi.

-Non sono disposto a dividerti con nessuno, Juan. Non lo sono mai stato, né mai lo sarò.
-Era questa, quindi, la contropartita? Non me l’hai mai detto chiaramente.
-Non pensavo ce ne fosse bisogno.

È il modo in cui Daniel mastica la carne, più che le parole o tutto il resto, a rovesciarti addosso per la prima volta tutto lo squallore della tua situazione.
Neanche quando poco prima Manuel ti ha costretto a confessarla te ne sei reso pienamente conto.

-Avevi pianificato tutto dall’inizio? Un orfano ingenuo … una preda perfetta.
-Non dire idiozie, certo che no!

Sbotta lui di rimando, attirando nuovamente l’attenzione dei vicini di tavolo.

-No, Juanito, te lo giuro su Dio, non è andata come pensi. Tu eri il figlio di Angel Rodriguez, come avrei potuto!

Il nome di tuo padre ti provoca un istintivo conato di vomito.
Da un lato sai bene che non ti avrebbe mai perdonato questa tua inclinazione, ma dall’altro non puoi fare a meno di dare la colpa alla sua morte, se per trovare un po’ di pace ti sei dovuto rifugiare tra le braccia del tuo apoderado.

-Non so bene quando è cominciata, quello che so è che l’età non c’entra. Non ho perso la testa per un ragazzino, ma per un uomo troppo fragile anche per il corpo di un ragazzino.
-Io? Un uomo già allora?
-Un uomo fragile, sì.

Un uomo libero, invece, secondo Manuel Benfante.

-No, Daniel. Nell’arena posso darti ragione, ma fuori no. Uomo proprio no. Bambino che non ha mai voluto lottare per cambiare le cose.
-Eri ferito, solo …
-Sono solo perché ho allontanato via tutti, Daniel. Perché non sono mai riuscito a spiegare le mie ragioni, anzi: perché mi sono arreso prima ancora di provarci.
-E io non sono stato niente, per te?

Ti chiede implorante, afferrandoti entrambe le mani.

-Daniel, te l’ho già detto: tu sei stato tutto.
-Sono stato o sono?

Intrecci le dita alle sue, fissandolo intensamente negli occhi.

-Sei stato, sei e sarai. Ma io ho bisogno di camminare con le mie gambe, addirittura di sbagliare, se necessario.

La stretta si fa più intensa da ambo le parti.

-Ho bisogno di vivere la vita come un uomo, e non come un’icona.

Daniel ti massaggia il polso col pollice, disegnando leggero il contorno delle ossa.

-Per secoli molti uomini hanno scelto di fare i toreri per compiere il cammino opposto. Sei speciale anche in questo.

Sorridi debolmente, sentendo il petto stringersi per la commozione.

-Dobbiamo dirci addio, Daniel.
-Non ho intenzione di sparire dalla tua vita.
-Ma devi lasciarmi andare. Lo sai anche tu che è giunto il momento.

Sì, Daniel lo sa, l’ha saputo fin da quando gli hai detto che avresti ripreso a toreare.
Forse l’ha saputo da sempre, dalla prima volta che ha aiutato quel ragazzino silenzioso ad infilarsi in un traje de luces, sostenendo che il porta spada era solo un incapace, che prima o poi avrebbe finito per spezzarti qualche osso.

-Vai. Fa quel che devi fare. Torna da Felipe, dagli tutti i baci che non gli hai mai dato, commetti tutti gli errori di cui senti il bisogno di portare il peso, vivi come un uomo, un dio e un torero, ma non ti aspettare che io sparisca per sempre dalla tua vita perché non saprei da che parte cominciare.
-Daniel …

Si porta entrambe le tue mani alle labbra, sfiorando le nocche con le labbra.

-Fai come le rondini: salta dal nido e spicca il primo volo. L’aria ti sarà amica.

Tornando a poggiare la schiena contro l’imbottitura della sedia è come se le sentissi davvero, quelle ali.

-Grazie.

Gli occhi lucidi di Daniel sono una visione straziante.

-Vai via, non ci devono essere ripensamenti. Né da una parte né dall’altra.

Noncurante della gente presente in sala, del maître e dei camerieri ti alzi e ti chini su quel viso tanto amato per baciarlo un’ultima volta.
Fronte.
Palpebre.
Labbra.

Il sole di Madrid non è più alto, e non carezza più nemmeno con dolcezza, ma l’aria ti sembra più amica che mai, mentre ti asciuga le lacrime di quell’addio così difficile.
Il vibracall del cellulare, invece, ti coglie di sorpresa.
Pensi bene a quale tasto premere, come se da quello dipendessero le sorti della tua intera esistenza.
E in effetti è proprio così.

-Dimmi dove vuoi che ti raggiunga, dobbiamo parlare. Sì, lo so cosa ti avevo detto, ma ho cambiato idea. E stavolta vedi di non fare idiozie.

La voce di Felipe era talmente mortificata da averti strappato ben più di un sorriso, segno inequivocabile che dietro quel tentativo di scuse c’è Manuel.
Ti piacerebbe incontrarlo di nuovo, chiedergli come ha fatto ad acquisire così tanta sicurezza, a divenire così abile a disinnescare le bombe emotive lanciate dal fratello.
Ricordi un tempo in cui, nell’arena, era lui a guardare te con invidia, mentre gli spiegavi le leggi che regolano i fragili equilibri del toreo.
Mentre aspetti il taxi che ti condurrà all’Hotel Best Western Atlántico ti sorprendi a scoprire che ora è esattamente l’opposto.

 


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Un'estate pericolosa by Kuso Baba is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Tags: capitolo 012
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