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Capitolo 11 - Il nuovo nel vecchio


Barrìo de Lavapiès, Madrid (particolare)
Credits: Stefano Pizzetti

 
Warning: cronologicamente parlando, questo capitolo anticipa il precedente di un paio di giorni.


11


Il nuovo nel vecchio

Barcellona ha nel DNA il recupero di tutto ciò che è obsoleto.
Sarà per via del suo essere, dal punto di vista urbanistico, l'equivalente di un figlio andato via di casa presto per sfuggire alle grinfie di una famiglia oppressiva; sarà perché è una città borghese, piuttosto lontana da qualsiasi schema spagnolo; sarà, semplicemente, perché si tratta di una città sveglia ma ha capito da sempre che se un edificio non serve più è molto meglio riciclarlo.
E riciclarlo come spazio pubblico.
Volevo dire questo al sindaco di Barcellona che era seduto proprio di fronte a me, il giorno seguente la corrida de la prensa, ma lui ormai aveva innestato il pilota automatico, recitando a macchinetta il discorso per il quale (c'era da scommetterlo) aveva rinunciato ad una discreta fetta di ore di sonno.
E io ero fin troppo stordito per pensare sul serio a un modo per fermarlo, preferendo annuire meccanicamente e continuare a pensare agli affari miei.
Che poi tanto miei non erano, dato che riguardavano la questione abolizione.

Barcellona è una città che è stata appena sfiorata dal Barocco.
I grandi cambiamenti nel tessuto cittadino sono avvenuti in altri momenti, e sono stati conditi da una forte smania indipendentista.
Per questo, già agli inizi del '900, Hemingway poteva rilevare lo scarso attaccamento dei catalani all'afición.
Vista nella loro ottica, quindi, l'abolizione delle corride non era un fatto così epocale, come non era un fatto così epocale prendere la plaza de toros e trasformarla in altro.
Fu con una certa dose di orgoglio che mi ero premurato, nei mesi precedenti, di dare forma a questo altro, come provvidi a spiegare al sindaco quando venne il mio turno di parlare.
A questo, naturalmente, seguì anche il turno di spiegare perché diamine mi fossi fatto dedicare un toro da Benfante, se proprio ci tenevo così tanto alla causa abolizionista, e lì fu più difficile trovare una risposta soddisfacente.
Prima di tutto l'idea non era stata mia; e in secondo luogo, non conoscendolo, non avevo idea del perché avesse scelto proprio me.
O, meglio, lo sapevo, ma non riuscivo a capire se si fosse trattato di un piano messo in piedi con accuratezza o di una serie di coincidenze sfruttate ad arte.
Se fosse stato fatto per dichiarare guerra agli anti o se fosse stato solo un capriccio.
In buona sostanza, si trattava di una questione che non potevo risolvere io, non senza aver interpellato prima Manuel e Felipe.
Ma incontrare i fratelli Benfante era l'ultima cosa che il sindaco di Barcellona voleva.
 

Dando fondo a tutte le energie residue (davvero scarse, dato che avevo dormito sì e no un paio d’ore) riuscii a ottenere clemenza in cambio di una lettera al Períodico de Cataluña in cui avrei chiesto scusa all'amministrazione comunale per il danno di immagine, inventando una serie di balle per giustificare la mia presenza a Las Ventas il giorno prima.
Sperando che Manuel e Felipe non mi anticipassero, in qualche modo.
Sul fronte dell’informazione, tuttavia, a parte la solita sfilza di articoli celebrativi, perfettamente normali in una situazione del genere, tutto sembrava tacere.
Non erano molti, infatti, i toreri che erano stati capaci di attraversare, portati in trionfo, la Puerta Grande dell'arena di Las Ventas, e considerato che Manuel aveva iniziato tardi la sua carriera, la cosa assumeva un valore ancora più straordinario.
Sulle pagine di cronaca taurina il brindisi al secondo toro venne riportato come una nota di colore e nulla più, una piccola curiosità che non spostava di un centimetro l'ammirazione per la portata dell'impresa.
Anche in questo il mondo dei tori continuava ad apparirmi come un universo a sé stante, regolato su ritmi ormai completamente sconosciuti al mondo contemporaneo.
Quando il sindaco di Barcellona, più o meno pacificato, si decise a lasciare il mio studio, chiesi ed ottenni di poter tornare a casa.
I miei colleghi, con i quali lavoravo da diversi anni, sapevano tutto dei miei gusti sessuali e non tardarono ad intuire quello che, sfortunatamente, alla prensa del coraçon sarebbe apparso evidente di lì a poco: e cioè che tra me e Manuel ci fosse una questione di sesso, più che di affari o ideologia.
Il fatto che non avessi affatto un bell'aspetto contribuì ad alimentare sorrisetti da chi la sapeva lunga, lasciando all'immaginazione il compito di elaborare fantasiose varianti della sfrenata notte d’amore tra me e il bel torero dagli occhi verdi.
Mentre guidavo mi chiesi anch'io con chi avesse trascorso la notte Manuel, se avesse festeggiato il trionfo o se avesse litigato furiosamente con il fratello Felipe.
Nonostante, infatti, tutte le prove sostenessero ormai il contrario, una parte di me era ancora perfettamente convinta che nel comportamento tenuto dai due fratelli in albergo ci fosse molta più verità che nelle loro parole.
Manuel non mi aveva baciato solo per gioco, come non era affatto una posa artefatta l’ostilità riservata a Felipe nell’arena.
E il fatto che non si fosse fatto sentire né la sera precedente né quel giorno stesso non lasciava presagire nulla di buono.
Per capire qualcosa di più anche in vista della lettera che dovevo scrivere al giornale mi risolsi ad andare a stanare l’unica persona in grado di aiutarmi.

Il lunedì, per Alejandro, era giorno di riposo.
Se lo conoscevo bene come pensavo, era chiuso in casa perfettamente consapevole della visita che stava per ricevere.

-Chi è?
-Il tuo incubo peggiore, sempre ammesso che tu abbia un cuore.

Sentii Alejandro ridere, mentre mi apriva il portone.
Abitava nel quartiere Lavapiès, il più multietnico e, almeno per i miei gusti, il meno sicuro di Madrid, in un palazzo popolato da presunti bohemiéns niente affatto di mio gradimento.
L’appartamento era all’ultimo piano, piccolo ed essenziale, perfetto per chi, come Alejandro, aveva bisogno a malapena di un letto per dormire, trascorrendo gran parte del suo tempo altrove.
Mi accolse con indosso soltanto un paio di pantaloni da ginnastica e una maglietta di cotone bianca.
Lo sguardo era curioso e divertito, e si accese ancora di più quando intuì gli intenti bellicosi della mia visita.
Mentre sfiorai la sua guancia con la mia non potei fare a meno di paragonare quel contatto a quello avuto col corpo di Manuel.
Fu come fare la stima reale dei danni causati da una calamità naturale.
Manuel e Alejandro avevano magrezze diverse modellate da diversi tipi di nervosismo: nonostante il viso allungato dagli zigomi sporgenti, infatti, il viso di Alejandro pareva conservare una certa morbidezza dei tratti, un’armonia levigata propria di chi è cresciuto in mezzo ai libri.
Il padre, infatti, era docente universitario e Alejandro ha risentito della sua influenza più di quanto non voglia ammettere.
Anche il tocco delle mani era diverso, meno possessivo, e le forme del corpo, più sottili; la pelle di Alejandro era liscia e priva di cicatrici, i muscoli dell’addome meno definiti.
Avevo fatto l’amore con lui diverse volte, da quando ci eravamo conosciuti, eppure il suo corpo mi era sembrava meno familiare di quello di Manuel, che prima di allora avevo visto a malapena in foto.
Non so come, ma ebbi come la sgradevole sensazione che Alejandro fosse riuscito a leggere i miei pensieri: mi trattenne un po’ di più contro di sé carezzandomi la guancia con le labbra.
Labbra completamente diverse da quelle di Manuel, eppure altrettanto seducenti.
Gliele carezzai in punta di dita, mentre mi chiudevo la porta alle spalle.

-Mi chiedo come sia possibile che la persona più orgogliosa che conosca sia anche quella che ha più paura di lottare.
-Perché lottare contro di te è inutile.

Ribatté amaramente, trattenendomi il polso.

-Accusarmi di essere un insensibile egoista significa imboccare una china pericolosa. Lo sai chi ho appena congedato dal mio studio, Alejandro?
-Chiariamo subito una cosa: Manuel non mi aveva detto nulla del …

Lo interruppi a fatica, tanto ero sorpreso.

-Scusa, ma hai detto Manuel? Ho capito bene?

Resosi conto dell’errore, Alejandro si portò una mano alla fronte, imprecando a voce alta.

-Da quanto tempo lo conosci?
-In realtà non lo conosco veramente, è soltanto un cliente del ristorante.
-Perché ti sei messo d’accordo con lui per farmi questo scherzo idiota?
-Ma se ti ho appena detto che non sapevo niente della dedica! Anzi, a dirla tutta non pensavo proprio che ti invitasse a vedere la corrida.

Non riuscivo a credergli.

-Bugiardo. Vigliacco e bugiardo.
-Occhio a quello che dici, ora sei tu che stai imboccando una china pericolosa.

Rimanemmo a guardarci in cagnesco, perfettamente consci che una sola parola avrebbe potuto scatenare una guerra senza precedenti.
Poi, bruscamente, Alejandro si girò di spalle per raggiungere un basso tavolino dove erano posati un pacchetto di sigarette e un accendino.
Sembrava un salice piangente, con quel ciuffo ribelle che tendeva a ricadergli sempre sul viso.

-Vuoi provare ad ascoltare la mia versione dei fatti senza aprire bocca? Poi, dopo, potrai anche andartene sbattendo la porta.

Prendendolo in parola mi accomodai sul divano, mantenendo un’espressione che era più sofferente che altro.

-Non ho mai parlato con Benfante fino a che una sera non mi fece chiamare dalla cucina per raggiungerlo al tavolo. Voleva sapere chi fossi. Eri con Diego, e lì per lì avevo pensato che me lo avesse chiesto perché lo conosceva, dato che è anche un modello.

Non potei fare a meno di notare come quel comportamento fosse perfettamente coerente col Manuel-personaggio che avevo conosciuto in albergo.
Annuii pensosamente, facendo cenno ad Alejandro di proseguire.
Aspirò avidamente un paio di boccate fissando un punto imprecisato del pavimento, come a volersi accertare del peso esatto delle sue parole.

-Hai mai raccontato a Diego questa storia?

Lo esortai.

-No. Non fino a quando non mi disse del servizio fotografico.

Schiacciò rabbiosamente la sigaretta in un massiccio posacenere di marmo nero.

-Ha chiesto di me anche a lui.
-Sì, lo so. Me lo disse dopo aver sentito la storia del ristorante.
-Che cosa ne avevate dedotto?
-Non sapendo nulla del tuo lavoro per il Comune di Barcellona, ci avevamo scherzato su senza dargli troppo peso.

Alejandro si accomodò su una chaise-longue di pelle, sistemata con le spalle di fronte a una lunga finestra che apriva, a sua volta, su un microscopico balcone.
Rovesciò all’indietro la testa nell’intento di guardare il cielo, Dio solo sa pensando a cosa.
Il gioco di luci e ombre faceva risaltare l’arco perfetto della gola, un particolare di Alejandro che mi aveva sempre fatto impazzire.
Per la rabbia non avevo badato al suo aspetto, tremendo almeno quanto lo era il mio.
Sembravamo due soldati alla fine della guerra, provati da quello che hanno vissuto in trincea.
Mi alzai per dirigermi allo sportello dei liquori, dedicandomi per qualche minuto alla preparazione di due pessimi Martini.
Quando mi avvicinai a lui voltò la testa di scatto, evidentemente soprapensiero.
Anche il verde degli occhi era diverso da quello di Manuel, ma in questo caso fui solo contento che fosse così.
Manuel aveva colpito lo stomaco, ma era ancora Alejandro a gestire quello che pateticamente chiamiamo cuore.
Gli accarezzai una guancia col dorso della mano, porgendogli il bicchiere.

-Hai conosciuto anche Felipe Benfante, per caso?

Alejandro iniziò a giocare con le mie dita, mentre beveva il primo sorso.
Fece cenno di no con la testa.

-No, Felipe non si è mai presentato. A quanto ne so, i due fratelli non vanno affatto d’accordo. A dire il vero Diego è rimasto piuttosto turbato dal loro rapporto.
-Turbato non mi sembra l’aggettivo più adatto.
-Stiamo pur sempre parlando di Diego.

Sorrise debolmente, baciandomi il palmo aperto.
-Quei due sono a dir poco inquietanti. È come se fossero dei bambini intrappolati in corpi adulti … hai presente quei film che guardavamo da ragazzini? Ecco: solo, in versione pulp.

Finii il bicchiere, piegandomi sulle ginocchia per posarlo a terra.
Alejandro non smetteva di tenermi la mano.

-Dici che Manuel ti ha usato per fare dispetto al fratello?

Si sollevò a sedere per farmi un po’ di spazio.  

-È possibile, sì. Felipe mi ha detto che per le corride importanti nella loro famiglia c’è l’usanza di dedicare un toro a chi è loro ostile. Ho il sospetto che Manuel, scegliendo me, abbia voluto inviare un messaggio alla Catalogna e uno, più velato, al fratello.
-Entrambe le cose?

Mi chiese con una punta di dispetto.
Annuii senza dire niente.
Non avevo ancora voglia di tirare fuori la storia del bacio.

-Perché hai voluto che lo conoscessi?

Chiesi invece, altrettanto piccato.

-Perché volevo vederti soffrire.

Apprezzai l’onestà della risposta.

-Non ti è passato per la testa che forse, e dico forse, la cosa avrebbe potuto crearmi dei problemi col lavoro?
-Contavo anche su questo, in effetti.

Gli tirai un pugno su un braccio.
Lui mi bloccò nuovamente il polso, costringendomi col peso del corpo a rilassarmi contro lo schienale.
La sensualità di Alejandro aveva qualcosa di sinistro.
Fare l’amore con lui, a volte, poteva significare venire trascinati sul fondo di un abisso.
Anche questa vertigine aveva tratti comuni con quella che mi aveva fatto provare Manuel, ma la differenza era nel modo che avevano entrambi di calarsi nel buio.
Manuel voleva soltanto provare il brivido del rischio, giocando un gioco consapevole e pericoloso.
Alejandro, invece, voleva annegare per non tornare più in superficie.

-Sei stato il primo per cui ho sofferto. Lo sai, vero?

A differenza delle mille altre volte in cui avevo fatto finta di niente, questa volta proprio non potei ignorare il suo rancore.

-Sei stato il primo di cui abbia avuto il totale controllo.

Ribattei, altrettanto sarcastico.

-Ti auguro vivamente di soffrire come un cane.
-Forse sarebbe più appropriato dire come un toro, non credi?

A quelle parole lo sguardo di Alejandro si accese di curiosità.
Si alzò di nuovo a caccia delle sigarette, lasciandomi libero di prendere completo possesso della chaise-longue.

-Mio padre è un aficionado, te l’ho mai detto?

Mi voltai sorpreso.

-Ma non è un progressista convinto?
-Sì, però ai tori è affezionato per via del nonno. Quando era piccolo lo trascinava con sé a Las Ventas, la domenica, promettendogli mari e monti se avesse fatto il buono. Pensa che una volta gli ha fatto perfino provare il sigaro.

Si sedette per terra, soffiandomi il fumo in faccia per dispetto.

-Tuo padre ha fatto lo stesso con te?

Domandai a mia volta, facendo finta di niente.

-No. Affatto.
-Tu gli hai mai chiesto di portarti con sé?
-No, anzi. Figurati che la domenica era una pacchia, in casa, senza di lui.
-Scusami se te lo faccio notare, ma non capisco il senso di questo tuo racconto, e cosa c’entri con Manuel e il fatto che io e te abbiamo una gran voglia di picchiarci.

Alejandro rise, allungandomi la sigaretta.
Sapeva benissimo che non fumavo, ma era l’unico che riuscisse lo stesso a farmi cadere nel vizio.
Nemmeno Manuel ebbe mai un simile potere.

-Mio padre, come hai detto tu, è un progressista convinto, ma da vero progressista convinto sapeva che per crescere un progressista altrettanto convinto bisogna fare i conservatori, coi propri figli. Solo così si dà loro la possibilità di compiere lo stesso percorso, proseguendolo. Per questo, come tu ben sai, ha sempre osteggiato la scelta di rinunciare al dottorato di ricerca per seguire la passione della cucina. Non era un vero dissenso, ma una specie di esortazione.
-Tuo padre meriterebbe una visita psichiatrica.

Ribattei, soffiando il fumo verso l’alto e prendendo a fissare il soffitto.

-Forse, però intanto ha fatto di me la persona che sono, cioè un progressista migliore di lui. Sono fiero di essere omosessuale, faccio con successo il mestiere che voglio e, a differenza di lui, non vado ai tori.
-Va bene, facendo lo stronzo ha ottenuto il figlio che voleva, questo te lo concedo anche se, per me, continuate a meritare entrambi il ricovero in un ospedale psichiatrico. Ma che c’entra tutto questo con noi e Manuel? Posso avere qualche risposta, o pensavi che sarei venuto qui solo per giurarti amore eterno e scopare?
-La volgarità non ti si addice, Marcos Valera. E nemmeno l’odore di animale che si sente nelle arene. Per questo sono curioso di sapere che effetto hanno avuto su di te e sul tuo ego.

Provai il fortissimo istinto di schiacciargli il mozzicone sul dorso della mano.

-Mi ha fatto schifo.
-Bugiardo. Se così fosse stato, a quest’ora non saresti qui a parlarne con me.

Questa volta non mi trattenni dal provare a tirargli un pugno, ottenendo solo l’effetto di spingerlo contro il pavimento.

-Guardati: quand’è stata l’ultima volta che ti sei sentito così vivo? Ti ho visto, in televisione, al momento della dedica.

Mi alzai in piedi, esasperato.

-Ma si può sapere cosa vi prende, a tutti quanti? Si può sapere che gusto ci provate a farvi tutto questo male, tu e Manuel? Cos’è, la sagra del masochismo? Io non vi capisco!

Alejandro si alzò a sua volta, afferrandomi saldamente per le spalle.

-Se non ti piace quello che vedi intorno a te, prova a cambiarlo. Non è questo, quello che fai per mestiere?

Lo fissai senza capire.

-Marcos, a volte nella vita lo scontro è necessario. Non si può fare sempre come fai tu, che dribbli gli ostacoli credendo di fare il furbo. Per carità, non nego che in me ci sia una forte componente masochista, già solo il fatto che sopporto te e Diego basta e avanza a dimostrarlo. Ma ho lottato e lotto per avere un mondo migliore, e persone migliori al mio fianco. Della nostra relazione non ti è mai importato niente, e questo te lo perdono, ma se vuoi davvero stare con Manuel devi cambiare per forza atteggiamento.
Mi allontanai, contrariato.

-Chi ti dice che voglia stare con Manuel? O che lui voglia stare con me? Non si è fatto più sentire, sembra essere sparito dalla circolazione.
-Magari sa che avresti avuto un sacco di problemi, e sta aspettando che le acque si calmino per chiarirsi senza fare altri danni. Cosa vi siete detti, prima di lasciarvi?

A quella domanda mi voltai stizzito, cercando avidamente l’aria della finestra.
Il caldo cominciava a farsi più insistente, man mano che il calendario si spostava verso giugno.

-Non ci siamo detti niente. Me ne sono andato subito dopo la corrida, senza raggiungerlo in albergo.
-Ti aveva chiesto di raggiungerlo in albergo?

Sentii cingermi i fianchi, e posare un bacio sul collo.
Troppo stanco per protestare, mi lasciai cullare da quelle effusioni.

-No, in effetti. Non mi ha chiesto proprio niente, a parte assistere alla vestizione e seguirlo nell’arena.

Lo guidai dolcemente a trasformare la presa in un abbraccio.
Alejandro mi baciò una tempia, e fu ad occhi chiusi che sentii rivolgermi la domanda che gli opprimeva il petto da quando avevo messo piede in casa sua.

-Avete fatto l’amore?

Sussurrai la risposta scandendo lentamente ogni singola parola, come per rispondere anche a me stesso.

-Forse abbiamo fatto qualcosa di più intimo. Manuel mi ha baciato di fronte all’icona della Madonna che usa come talismano.

Alejandro non rispose, ma capii benissimo lo stesso quanto quella risposta l’avesse colpito.

-Forse non è soltanto una questione di sesso, forse Manuel vuole che lo aiuti, in qualche modo. Forse vuole lottare per rendere migliore il suo mondo, o forse vuole soltanto trascinarmi con lui in una follia suicida.
-Non potrai mai saperlo, se non lo affronti.
-Ma perché devo essere io ad affrontarlo?
-Perché sei tu, quello che sei stato ferito e ha bisogno di spiegazioni.

Sospirai, rassegnato.

-Io sono il toro, e lui il torero. È così che mi ha detto in albergo, infatti.

Alejandro aggrottò la fronte, contrariato.

-Secondo me si sbaglia. Sei tu, ad avere in mano il controllo della situazione. Lotta per cambiare il tuo mondo, Marcos, almeno una volta nella vita.

Pur sentendo, dentro di me, che Alejandro aveva perfettamente ragione non potei fare a meno di concedermi una piccola vendetta.

-E tu, invece? Continuerai a crogiolarti nella tua vena masochista? Starai lì in attesa delle briciole che cadranno dal nostro tavolo, o ti deciderai anche tu a lottare per ottenere, finalmente, quello che desideri?

Questa volta fui io a bloccarlo per le spalle, costringendolo a un bacio appassionato.

-Prima o poi varrò i tuoi sforzi, Alejandro Grimal?

Lo vidi mordersi le labbra, non so se per trattenere la risposta o una lacrima.
Lo accarezzai.

-Sono stato un verme a giocare coi tuoi sentimenti, lo so. Non riuscivo a credere che provassi nei miei confronti qualcosa di così profondo, credevo di starmi illudendo per nulla. Ti ho sempre considerato precioso.

A quelle parole fu Alejandro, a chiedere un nuovo bacio.

-Tu sei precioso, Marcos. Per questo devi imparare a lottare, per proteggere questa tua bellezza.
-E chi proteggerà la tua, nel frattempo? Chi ti aiuterà a non farti altro male?

Alejandro provò a sorridere.

-Mi pare ovvio, il povero Pep.

Ridemmo guancia a guancia, ancora abbracciati.

-Non voglio dirti addio, Alejandro.
-Non farlo, allora.
-Sarà dura, per te.
-Non più di quanto sia stata dura fino ad ora.
-Perché mi hai lasciato andare?

Alejandro fece per allontanarsi, ma glielo impedii.

-Guardami, mentre me lo dici.
-Ci sono delle cose che devo risolvere con me stesso, prima di affrontare qualunque passo. Fantasmi da affrontare. Ho pagato un prezzo molto alto per arrivare ad essere quello che sono, non so se le ferite riusciranno mai a rimarginarsi.
-Permettimi di aiutarti a curarle. Come amico, almeno.

Non vidi mai Alejandro tanto fragile come in quel momento, senza la corazza del sarcasmo e della noncuranza.
Un angelo d’ombra, lacerato da forze contrastanti.
Nel tempo che rimase del nostro incontro parlammo ancora a lungo, infondendo al nostro legame nuova forza.
La paura l’uno dell’altro era ormai lontana, lontano il desiderio di cercare soddisfazione nel dolore.
Le cose di sé che mi raccontò Alejandro furono i raggi di luce che mi permisero di leggerlo in profondità, di afferrare i pezzi in cui scomponeva se stesso prima che si sfaldassero del tutto.
Guardando oggi i suoi occhi cupi, meno maliziosi e inquieti di allora, non posso fare a meno di sorridere pensando a quanto sia realmente preciosa, la sua presenza al mio fianco.


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Un'estate pericolosa by Kuso Baba is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

 

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