?

Log in

 
 
02 August 2011 @ 11:12 pm
Capitolo 13 - Il momento della verità  
 
Pablo Picasso, Guernica, (Madrid, Museo Reina Sofia, 1937)
 

A Fata e Kaite, per l'affetto, la pazienza, le minacce e i preziosi consigli.
Senza di voi questo capitolo non avrebbe mai visto la luce.
 

13

Il momento della verità


Sei tu il colpevole

L’occhio del Guernica lanciava la sua accusa muta, fissandomi minaccioso.
Attorno a lui figure ridotti in pezzi, urla strozzate in scale di grigio, schegge che si conficcano nella carne per denunciare l’orrore della guerra.

Sei tu il colpevole

L’occhio del Guernica è una bomba che messa al centro della scena fa esplodere tutto.

Sei tu il colpevole

L’occhio del Guernica è una lampada che illumina impietosamente il disastro, costringendo lo spettatore a guardarlo senza voltarsi.

Sei tu il colpevole

Quello che la corrida chiede a chi le appartiene è sopravvivere.
Alla furia di un animale esasperato ad arte o alla grazia di cui può ammantarsi l’orrore, dipende da quale lato del cerchio rosso ci si trova.

L’occhio del Guernica ero io, e le altre figure i brandelli di anima che Manuel mi aveva mostrato durante quella domenica maledetta.
Le cicatrici, che ancora riuscivo a sentire perfettamente sotto le dita, come se la sua carne mi fosse rimasta attaccata, e il sangue avesse avvelenato ogni sapore.
Dopotutto, la nascita è un evento cruento tanto quanto la morte.
Avviene tra sangue e lacrime, prevede dolore e fatica.
Finisce in un urlo straziante, liberatorio come poter chiudere gli occhi al momento della fine, arrendendosi all’agonia, consapevoli di non avere più occasioni da sprecare.
La nascita e la morte sono subire e superare lo stesso trauma, la vita il percorso che sta nel mezzo.
E il mio percorso ora mi aveva portato qui, sull’orlo di un abisso in cui saltare senza possibilità di tornare indietro.
Ero la luce che aveva illuminato i pezzi di un puzzle che dovevo rimettere assieme.
Linee grigie su tela bianca da aggiustare.
Nero da stemperare.
Spigoli da smussare.
Io ero la lampada-bomba che Manuel aveva voluto disperatamente accendere, e lui la flebile luce di candela che lotta disperatamente per non spegnersi.
Io ero la guerra di liberazione di cui lui si sarebbe fatto carico come una croce.
Io ero il deus-ex-machina che piomba dall’alto a cambiare le sorti.
Io ero il colpevole.

-Sono sicuro che ti identifichi nel cavallo.

Si era avvicinato a me silenziosamente, o forse ero io a non essermi accorto di niente, assorto com’ero nella contemplazione del dipinto.

-Il simbolo del popolo oppresso. Tra le sue zampe c’è il fiore, la speranza che non muore mai.

Gli spigoli aguzzi delle figure non sembravano conficcarsi nel suo sguardo.
Guernica riconosce chi porta i segni della violenza sul proprio corpo, piegandosi per consentirgli di entrare nel dipinto e urlare il proprio dolore tra le mura del suo tempio.

-Ti sbagli, invece. Io sono l’occhio.
-Tu?

Manuel sembrava sorpreso.

-Credevo pensassi fossi io, per via dei problemi che ti ho causato.
-Oh, non preoccuparti di quei problemi: ho tutto il tempo che voglio per fartela pagare. Proprio per questo ti chiedo di cominciare ad abituarti all’idea che sono io l’occhio.

Manuel annuì abbassando lo sguardo a terra.
Aveva un aspetto estremamente curato, nonostante l’abbigliamento informale, e tuttavia aveva l’aria stanca.

-Suppongo che chiedere scusa non serva a molto.
-No, infatti. Preferisco le spiegazioni alle scuse.

È curioso come ci si possa sentire traditi da qualcuno quando nemmeno lo si conosce, forse perché una parte di me, in quei giorni, si era convinta che tutto quello che avevo visto era sbagliato, a parte i sentimenti.
No, quelli sapevo che erano autentici, perché non si può portare la menzogna nel cerchio dell’arena, non si può farla brillare di verità in mezzo al sangue, quando la posta in palio è la propria stessa vita.

-C’è un posto dove possiamo parlare tranquillamente?-, mi chiese Manuel, con l’espressione di chi non vede l’ora di svuotare la coscienza.

-Ti porto a casa mia.

Manuel annuì grato, volgendo per l’ultima volta lo sguardo al Guernica.

-C’è una cosa che vorrei sapere prima di lasciare il museo: se tu ti identifichi con l’occhio io, secondo te, quale delle figure sono?

Lo fissai a lungo, prima di rispondere.

-Le linee della vita. Perché sono confuse e non sanno più tornare al loro posto.

Manuel rimase molto colpito dalla mia risposta.

-Forse perché il loro posto era quello sbagliato. Tracciare una strada dove ancora non c’è è difficile, tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro.
-È per questo che hai voluto proprio me?

Manuel esitò un istante, prima di rispondere, giusto il tempo di guardarmi negli occhi e capire che non era il caso di mentire.

-Sì, è proprio per questo.

Sorrisi compiaciuto, avvicinandomi a lui in modo da potergli parlare all’orecchio.

-Allora preparati a una dura battaglia, perché non ho nessuna intenzione di lasciarmi trascinare nelle tue follie.

E tanto per fargli dispetto, gli rubai un bacio a fior di labbra, impedendogli però di andare oltre.
Se i custodi ci videro, non lo diedero a vedere.
Tuttavia il loro disprezzo era palpabile: baciarsi di fronte al Guernica è blasfemo.
O forse no, dato che io e Manuel eravamo i frutti di quel fiore che sboccia intatto tra le zampe del cavallo.

***

Capisci che un paese è cambiato davvero quando porti un torero a Chueca senza che lui batta praticamente ciglio.
Anzi.
Seduto con la schiena dritta, non faceva che guardarsi intorno con uno strano sorriso.

-Anni fa stavo per prendere casa qui, lo sai? In questa via, credo fosse un po’ più avanti.

Rimasi a bocca aperta, ma prima che potessi dire qualcosa Manuel puntualizzò:

-Non ero ancora torero, all’epoca. Non pensavo proprio che sarebbe stato un mestiere adatto a me.
-Perché, invece adesso ti ci trovi a tuo agio?

Il mio tono di voce era tutt’altro che amichevole, ma Manuel fece finta di non accorgersene.

-Sì, col mestiere sì. So che non mi credi ma è così.
-Non è che non ti credo, è che quello che ho visto non corrisponde affatto a quello che mi stai dicendo.
-Perché, cosa hai visto? Mi è dispiaciuto che tu te ne sia andato senza salutare, avremmo potuto…

Incurante delle possibili conseguenze sterzai bruscamente, accostandomi al ciglio del marciapiede.

-Senti, Manuel: basta prese in giro. Sai benissimo cosa ho visto: tu che fai il cretino e tuo fratello che ti ha preso, giustamente, a schiaffi. E se non la pianti finirà che ti prenderò a schiaffi anch’io, e non sai quanta voglia ho di farlo.

La mia reazione nasceva dal fatto che la lettera a “El Periódico de Catalunya” non era stata, esattamente, il successo che speravo: nonostante mi fossi premurato di spiegare che mi trovavo lì per pura curiosità lavorativa e che mai mi sarei aspettato il brindisi da parte di Benfante i commenti dei lettori furono molto duri, e anche il Sindaco non parve particolarmente convinto.
Tuttavia le scuse furono ritenute sufficienti, e il lavoro fu salvo per un pelo.
Certo, se Manuel avesse fatto la sua parte sarebbe stato diverso, e infatti eccolo lì con le mani sul cruscotto, meravigliato, intento a guardarmi come se fosse la prima volta che mi aveva davanti.

-Prendimi pure a schiaffi quanto vuoi, ma sappi che quello che hai visto domenica non corrisponde affatto alla verità.

Il suo tono di voce non conteneva tracce di arroganza, era saldo e tranquillo come il fusto di una colonna.

-Allora mostrami ciò che non sono stato capace di vedere. Raccontami la tua verità. Ma piantala con tutte queste messe inscena: io non sono il pubblico nell’arena, non ho bisogno di essere blandito e adulato.
-Non ti piace essere sedotto, dunque.

Stavolta fu lui a fare dell’ironia, e io a fare finta di non averla notata.

-Quello in cui mi hai trascinato non è un gioco di seduzione, o almeno non soltanto. Ho rischiato di perdere un lavoro importante per colpa tua, ho rischiato di essere … beh, ho rischiato un sacco di cose spiacevoli, per darti retta.
-Tipo vivere.

Lo avrei sbattuto fuori dalla macchina sia per la risposta che per il sorrisetto con cui l’aveva pronunciata, ma la verità è che quella risposta richiamava alla mente il discorso fatto con Alejandro, e la promessa di lottare per avere ciò che desideravo.
La domanda, a questo punto, era se fosse davvero Manuel, ciò che desideravo.

-Spostati, rimetto in moto. Non ho nessuna intenzione di continuare questo discorso in mezzo a una strada.

Per tutta risposta sentii il suo respiro sul collo, e una mano premuta con forza sulla spalla, per tenerla ferma.

-Se vuoi che ti dica la verità devi fare altrettanto. Almeno con te stesso.

Non risposi.
Lo feci a casa mia, appena richiusa la porta, con la schiena poggiata sul legno scuro e gli occhi incatenati a quelli di Manuel.

-La verità. Come siete bravi, voi che fate parte del mondo dei tori, a riempirvi la bocca con questa parola. Sembra che la abbiate inventata voi.
-Inventata no, ma riportata al suo significato letterale sì.
-Che stronzata.

Manuel parve esserci rimasto male, ma la mia rabbia era talmente palpabile che non provò neanche a replicare.
Come al Museo tornò a mostrare un aspetto stanco e un modo di fare cauto, consapevole che se non mi avesse concesso un meritato sfogo non ci sarebbe stata possibilità alcuna di dialogo.
Non me ne curai.

-Ti sei preso gioco di me fin dall’inizio: hai chiesto informazioni ad Alejandro e a Diego, hai pianificato tutto a tavolino con tuo fratello e poi hai deciso di sfruttarmi per aumentare la tua visibilità mediatica. Sei uno sciacallo, un ipocrita, un … un …
-Sono un mostro, non sei il primo che me lo dice e ne sono consapevole anch’io. Ma, ti prego, lasciami spiegare, ne ho bisogno.

Allargai le braccia, in un gesto più di resa che di accondiscendenza.

-Ho dato questa possibilità a Felipe, perché non perdere altro tempo dandola anche a te?

Così dicendo lo invitai a seguirmi in salotto, dove entrambi prendemmo posto sul divano.
La mia casa non è molto grande, e ha, tutto sommato, un arredamento più tradizionale di quanto non si creda.
Qualunque posto che abbia abitato ha sempre dovuto avere qualcosa di rassicurante, che fosse la scelta di colori caldi per le pareti e i tendaggi oppure, come era il caso della casa che avevo preso a Chueca, i mobili non troppo moderni.
Era un ambiente equilibrato, sobrio, un nido perfettamente studiato per riposare e riflettere.
O per dare pace ai tormenti dei miei amanti, come fu per Alejandro prima, e come da quella sera in poi sarebbe stato per Manuel.

-Ti ringrazio. E mi scuso, anche se hai detto che le scuse sono inutili. Lo sarebbero se io fossi pentito di quello che ho fatto, ma ciò è vero solo in parte.
-Come inizio è terribile, sappilo.
-Lo so, ma a volte non si può fare altrimenti.

Lo fulminai con lo sguardo.

-Comincia col raccontarmi la parte di cui ti penti, almeno.
-Quella in cui ho rischiato di farti perdere il lavoro. Ho visto i disegni del progetto sul giornale, e ne sono rimasto molto impressionato.
-Ti sono piaciuti di più o di meno di quelli che sono nello studio di Diego?

Domandai, sarcastico, col mento appoggiato sul dorso della mano.
Nonostante la rabbia, tuttavia, il suo parere mi incuriosiva.
A differenza della maggior parte dei toreri Manuel aveva un’istruzione di prim’ordine, con tanto di laurea e specializzazione all’estero.
Cercando in rete avevo scoperto che era un assiduo frequentatore di mostre e che tra i suoi amici figuravano creativi degli ambiti più disparati, non solo legati all’ambiente della moda in cui, un giorno, sarebbe probabilmente rientrato con un ruolo imprenditoriale.
Sempre che non morisse prima in un’arena.
Rispose cautamente, fissandomi dubbioso, soppesando ogni parola per non urtarmi ulteriormente.
Non sottomesso, o imbarazzato, ma umile.

-Sono due cose diverse. In entrambe traspare perfettamente il tuo modo di pensare, la tua personalità, il percorso …

Lo interruppi bruscamente.

-Dimmi del progetto.
-Veramente ero io a volerti fare una domanda in proposito. Perché conservarla?
-Cosa?
-La facciata. Ma soprattutto l’arena. Perché conservarla in quella maniera, perché metterla sotto vetro?

Non so se anche questo rientrasse nei suoi trucchi, se conoscesse il mio punto debole o se fosse realmente sincero, ma il suo interessamento e la sua curiosità mi sembravano autentici.

-Che domande, per mantenere intatto il ricordo di una tradizione che, pur facendo ormai parte del passato, fa pur sempre parte dell’anima di Spagna.
-Non ti credo. Tu lo hai fatto esattamente per il motivo opposto, per deridere l’anima della Spagna, mettendola alla gogna.

Questa accusa mi ferì profondamente.
Per quanto sia tutt’ora fortemente contrario alla corrida, per quanto provi disgusto per tutto ciò che ruota attorno a questo ambiente non mi sono mai sognato di usare la partecipazione al concorso per lanciare un attacco diretto, per farmi grande delle mie idee.
No, quella era una manipolazione del committente, io mi ero davvero appassionato a ricostruire le vicende edilizie dell’arena e tentare di rispettarne la storia e l’importanza nella vita culturale della città.

-Se fosse come dici domenica non sarei nemmeno dovuto salire in terrazzo. Lo sai, vero?
-Lo so. Ed è per questo che, alla fine, mi dispiace di essermi comportato come mi sono comportato. Ho colpito il bersaglio sbagliato.
-E l’attrazione fisica? Il bacio? E tutto quel rancore nei confronti di tuo fratello?

Non percepii come reale la presenza di Manuel nel mio salotto finché non poggiai la mano sul suo ginocchio.
Perché l’odore può essere frutto di suggestione, la vista un sogno ad occhi aperti, ma il tatto non mente.
Il tatto è il legante che unisce e tiene insieme i pensieri al mondo reale.
Il ricordo delle cicatrici, infatti, si sovrappose a quello del cerchio dell’arena che avevo studiato, ridisegnato, ingabbiato.
Preservato dai capricci della politica e disinnescato, reso finalmente innocuo.
Un memento mori, più che un colpevole alla gogna.
Avvicinandomi al suo viso mi accorsi che Manuel stava trattenendo il respiro, come se le parti si fossero ribaltate e ora fosse lui a non fidarsi di me e delle mie intenzioni.

-Non accetteresti mai di stare al fianco di una persona che fa una vita come la mia. Alejandro, a suo modo, aveva provato a mettermi in guardia su questo punto, ma non gli ho dato retta.
-Alejandro era solamente geloso.

Lo schiacciai contro il divano, afferrandolo per le spalle e buttandogli addosso il peso del mio corpo.
Lo morsi, quasi, più che baciarlo, in un tentativo infantile di dar sfogo al mio dispetto.

-Voglio ciò che mi spetta.

Manuel, che fino a quel momento aveva assecondato quell’assalto, premette le mani sul petto nel tentativo di allontanarmi.

-È solo per questo che hai chiesto di vedermi?
-No, non solo per questo. Come ti ho già detto, però, non voglio assolutamente renderti le cose semplici. Non lo meriti.

Le sue mani scivolarono lentamente fino a circondare la schiena, le gambe si divaricarono per permettermi di accomodarmi meglio.
Lo sguardo non si abbassò neanche per un istante, ma dentro sembrava esserci tutto il dolore del mondo.
Tutto il dolore che il Guernica aveva potuto riversargli dentro.

-Se solo potessi tornare indietro …
-Non ti avrei degnato di un solo sguardo.

Quello che facemmo dopo non fu amore, e nemmeno sesso.
Era una vendetta, una vera e propria guerra ideologica.
Perché se è vero che non avevo voluto mantenere intatto il cerchio dell’arena per metterlo alla gogna, è vero, invece, che volli scoprire ogni cicatrice, baciarla, al solo scopo di ribadire che Manuel avrebbe dovuto pagare per quella, per ogni altra, per tutte quelle che sarebbero venute in seguito.
Nel togliergli i vestiti non usai delicatezza né grazia, anzi, cercai di cancellare le immagini della vestizione, costringendo Manuel ad assumere pose sguaiate, come quando gli sfilai i pantaloni.
Ma era tutto inutile.
Manuel non protestava né si sentiva in imbarazzo.
Di contro, non era neanche sottomesso, o compiaciuto.
Semplicemente stava lì, coi suoi occhi da gatto, in attesa.
Lo spinsi via, frustrato.

-Riesci a liberarti del tuo ruolo, ogni tanto? O hai scritto sul contratto che devi fare l’imitazione di Rodolfo Valentino ventiquattr’ore su ventiquattro?

Manuel non capì a cosa mi stessi riferendo.
Era rimasto praticamente in mutande, coi capelli spettinati e una sottile catenina d’oro al collo.
Tuttavia, nonostante lo strano ricciolo ritorto che gli cadeva sulla fronte e il piccolo crocifisso da comunicante non ero riuscito a scalfire di un millimetro la sua eleganza.
Il colore degli occhi variava le sfumature a seconda della luce, le labbra avevano una piega perfetta, non troppo carnosa; le spalle non erano particolarmente larghe, ma erano perfettamente proporzionate alla vita sottile, alle gambe lunghe e ben modellate, da atleta.
E poi quella schiena, che continuava a rimanere dritta, che non si piegava nemmeno sotto il peso del comprensibile imbarazzo.
Io ero ancora quasi del tutto vestito, ad eccezione della giacca e delle scarpe, e per contrasto la stoffa scura dei jeans mi fece sentire un verme.
Provai un forte senso di nausea.

-Marcos, che hai?
-Ti odio. Odio il tuo essere torero, odio le fesserie che mi hai raccontato mentre eravamo a pranzo assieme. Odio la puzza di animale che ho sentito nell’arena e odio la puzza di sangue che ancora sento sulle mani … ti odio, Manuel, perché sei piombato nella mia vita senza chiedere il permesso, distribuendo ruoli neanche fossi Dio sceso in terra.

Sentii stringere le mani, con forza.

-Mi dispiace, Marcos, ma non posso e non voglio sentirmi responsabile di qualcosa di cui sono responsabile solo a metà: io ho giocato con te, domenica, ho messo a rischio il tuo futuro, e di questo mi pento. Ma seguirmi nell’arena è qualcosa che hai scelto di fare tu, da solo, attratto da qualcosa che nessuno a parte te conosce. Se vuoi odiarmi fai pure, non sei il primo e non sarai l’ultimo, ma abbi il coraggio di guardare dentro te stesso. Sii l’occhio del Guernica, ma veramente, fino in fondo.

Mi sono sempre chiesto come facesse Manuel a non avere paura.
Non dico della morte, in mezzo alla quale è cresciuto, ma della vita e delle scelte davanti alle quali essa ci mette.

-No, Manuel: sii tu l’occhio. Guardami tu dentro, toccami fin nel profondo, e poi chiediti se è per questo che è valso la pena incrinare ulteriormente il rapporto con tuo fratello.

Strattonai dolcemente le mani, guidandole verso il petto, in un chiaro invito a spogliarmi.

-Sono io la tua fantasia, non tu la mia. Sei tu che dovrai fare i conti con la persona che sono nella realtà, tu che dovrai convivere col terrore di essere lasciato da un momento all’altro, quando meno te lo aspetti, magari proprio quando ne avrai bisogno. Questa è la persona con cui stai per fare l’amore, e questa è la persona che domattina troverai accanto, nel letto, quando ti renderai conto che non puoi più fuggire. Perché dopo quello che ho visto domenica, non posso più lasciarti fuggire.

Manuel non rispose subito.
Aveva cominciato ad aprire lentamente i bottoni della camicia, facendoli scivolare con un grazioso movimento del pollice all’interno dell’asola.
Scopriva lentamente la pelle sotto la stoffa, carezzava in lembi che aveva appena aperto e poi scendeva lentamente, facendo scorrere il tessuto tra le dita, fino all’asola successiva.
Quando giunse alla vita indugiò, giocherellando con la fibbia della cintura, apparentemente incurante del mondo che lo circondava.

-Dimmi di nuovo cosa hai visto domenica. La verità, non quello che ti detta il rancore.

Poggiando una mano sulle sue lo invitai a sbottonarmi i pantaloni.

-Ho visto un uomo solo, che chiedeva disperatamente aiuto.
-Il cavallo del Guernica.
-E il fiore tra le sue zampe, se ti decidi finalmente a fare l’amore con me.

Il tempo delle parole era finalmente finito.
Almeno per quel giorno, che lentamente moriva aggrappandosi alle finestre del mio soggiorno.
Nei giorni precedenti mi ero chiesto spesso come sarebbe stato, fare l’amore con lui, se sarebbe assomigliato a un film, a un quadro o al video di Madonna.
Ma in quel momento tutto sembrava essere evaporato, perfino le cicatrici, tutto sembrava terribilmente intimo, e eccitante.
Umano.
I gemiti di quella notte, infatti, non appartenevano che a noi: Manuel e Marcos, uomini nudi su un pavimento nudo, non eroi tragici, non santi da processione.
Due uomini qualsiasi che stavano facendo l’amore in un appartamento qualsiasi del quartiere di Chueca, senza che i destini del mondo, per questo, ne avrebbero risentito in positivo o in negativo.

Creative Commons License
Un'estate pericolosa by Kuso Baba is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
 
 
Current Music: Colpo di pistola - Subsonica
 
 
 
Roh e Fata: Bjrdv_capitoli on August 7th, 2011 10:33 pm (UTC)
Per me è davvero difficile commentare lucidamente questo capitolo: è come quando sei molto coinvolta da qualcosa - rischi di vivertelo in maniera troppo personale, lasciando forse in secondo piano tutti gli aspetti più razionali e obiettivi.
Il punto è che insomma, sono *loro*. Loro dopo 13 capitoli in cui la tensione erotica è cresciuta in maniera esponenziale...
E' inutile cercare di fare un commento lucido, mi sa. *rolls*
Che poi.
In realtà - se vogliamo proprio guardare le cose per quelle che sono - credo che il culmine della tensione erotica fra Manuel e Marcos sia da ricercare nel capitolo della vestizione e la deflagrazione in quello della corrida.
Qui il mare è già più calmo, come un'onda che si ritrae.
Eppure è qui che l'erotismo diventa davvero *fisico* ed è per questo che nella prima versione a me mancava la parte della lemon: perchè l'incontro fisico, fra loro, definisce una specie di nuova prospettiva.
Che è meno violenta e meno carnale e meno estrema - per quanto possa sembrare paradossale. E' come se davvero i giochi di forza fossero terminati per lasciarli incontrare sul terreno comune della loro semplice e nuda umanità che è fatta di rancore e di fragilità e di rabbia e di passione. Ma che è anche terreno condiviso, in un certo senso. Il primo.
E sul serio, qui Manuel è così bello da far male: proprio nella sua remissività che non diventa comunque sottomissione e nella sua ingenuità che non perde mai il nucleo dell'eleganza e dell'esperienza del torero. Nei suoi inganni e nelle sue verità.
E Marcos... Beh, che dire... *rolls*
Marcos è qualcosa che proprio ti entra sottopelle alla maniera di un brivido o di una vertigine.^^ Credo che sul serio, sia il pg che amo di più in assoluto fra tutti i pg che ho incontrato.^^
E boh, appunto: per me è difficile commentare ma dovevo farlo anche solo per ringraziarti di aver creato lui e di aver scritto questa storia.^^
Il tema di Guernica, che si dirama nello scheletro dell'intero capitolo, non solo ti ha offerto l'occasione di un incipit che è semplicemente *bellissimo* ma ti ha anche tirato fuori vere e proprie uscite geniali - tipo quella che ha citato Aika.^^ Ed è perfetto, per loro. Per la situazione. Per calarli in un contesto e definire un'atmosfera e legarli all'esperienza di tutta una nazione, in un certo senso.
Perchè comunque la Spagna è sempre lì, quasi un personaggio anche lei. O forse è solo che davvero la senti scorrere nel sangue dei personaggi veri e propri e la senti crescere e rinnovarsi con loro, affrontare sfide e aprirsi al futuro.
In ogni caso, io dopodomani vado a Barcellona.
E porterò con me anche Marcos.
E già questo, per quanto mi riguarda, è una delle magie di questa storia.^^
Grazie^^.
F



kusobabakusobaba on August 8th, 2011 08:16 pm (UTC)
Spero che riuscirai a leggere questo commento prima di partire, pare che la linea sia tornata a posto. ^^

Il punto è che insomma, sono *loro*

Infatti avevo l'ansia, pensavo di bloccarmi emotivamente come mio solito e far uscire fuori una schifezza. =_=

In realtà - se vogliamo proprio guardare le cose per quelle che sono - credo che il culmine della tensione erotica fra Manuel e Marcos sia da ricercare nel capitolo della vestizione e la deflagrazione in quello della corrida.
Qui il mare è già più calmo, come un'onda che si ritrae.
Eppure è qui che l'erotismo diventa davvero *fisico* ed è per questo che nella prima versione a me mancava la parte della lemon: perchè l'incontro fisico, fra loro, definisce una specie di nuova prospettiva.
Che è meno violenta e meno carnale e meno estrema - per quanto possa sembrare paradossale. E' come se davvero i giochi di forza fossero terminati per lasciarli incontrare sul terreno comune della loro semplice e nuda umanità che è fatta di rancore e di fragilità e di rabbia e di passione. Ma che è anche terreno condiviso, in un certo senso. Il primo.


Sì, in effetti è proprio così. ^^
Più che il compimento di una parabola, questo capitolo rappresenta già l'inizio della successiva: Manuel trascina Marcos nell'arena, a inizio capitolo Marcos trascina Manuel davanti al Guernica (nella prima versione avevo scritto qualcosa del tipo "l'unico luogo dove la verità esige pareti nude", o qualcosa del genere), i conti si pareggiano e a quel punto possono iniziare il vero confronto.
Stringere un legame che è tra persone vere e non tra ruoli, maschere, stereotipi, proiezioni altrui etc...
Il tema dello spogliarsi e del rivestirsi è davvero la cifra del legame tra Manuel e Marcos, ed è qualcosa che nel prossimo capitolo loro dedicato diverrà ancora più profondo, perché affronterà il discorso del rapporto con Felipe (qui lasciato ai margini, per collegarlo con quanto avverrà durante l'incontro con Juan).
Il problema della lemon stava nel fatto che io volevo inserirla come incipit del capitolo successivo, ma ripensandoci meglio avevi ragione nel dire che il percorso andava chiuso. ^^
Manuel lo adoro: all'inizio pensavo che sarebbe rimasto poco più di un bambino, invece man mano ha tirato fuori questa maturità che ha finito per far risaltare in positivo perfino i suoi difetti.
Marcos ti ringrazia.
E ti ringrazio anch'io che al momento condivido con lui una certa dose di incazzature.
Comunque spera che a Barcellona non lo picchino. ;P
Il tema di Guernica era una cosa che avevo progettato non dico dall'inizio, ma poco ci mancava... avevo il terrore risultasse stucchevole, invece per fortuna è filato tutto liscio.
Guernica è stato il tassello che ha fatto cambiare tutto, in questa storia: sono partita da lì per ricostruire il rapporto tra Picasso e la tauromachia, un omaggio era dovuto proprio a titolo personale. ^^
Ti ringrazio per tutto quello che hai scritto nella parte finale del commento, è qualcosa che mi commuove, dico sul serio. ^^
Spero che il viaggio a Barcellona riesca alla grande, nonostante Ryanair. ^^
Un bacio, e grazie a te per tutto. ^^